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The time we're changin'...

  • 21 giu 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

Ho scritto questo articolo per tre volte, e forse avrei dovuto scriverlo una quarta.

Dopo ogni rilettura, a distanza di giorni, mi sono ritrovato sconsolato a cancellare tutto. E’ stato difficile capire cosa e come scrivere; mi sento preda di una fatica mentale non indifferente: capisco che possa essere solo in parte una giustificazione, ma certo spiega il perché di questo mio momento di défaillance.

Ormai la stagione lavorativa è finita per me, libero professionista della scuola: ho salutato i ragazzi non senza nostalgia e consegnato quasi tutte le relazioni finali dei progetti educativi. Gli studenti sono stati riconsegnati a se stessi e alle famiglie, liberi dal vincolo scolastico e dal sostegno di cui noi educatori eravamo garanti. Adesso sono liberi di esercitare la propria libertà in maniera diretta, da soli.


(Inaugurazione della nuova scuola media con i ragazzi della Philosophy for Children)


E’ un momento un po’ strano, una battuta d’arresto dove viene naturale tirare le somme delle proprie gesta: ti vengono in mente i momenti belli e brutti, facili e frustranti, il tutto accompagnato da un senso di soddisfazione e insoddisfazione. A volumi diversi, due vocine ti dicono che ‘potevi fare di più o fare diversamente’ oppure che ‘sei stato un grande e ti meriti un sano riposo’.

Il volume di queste due voci dipende molto dal momento, ma raggiunge una sorta di equilibrio, alla fine.


Quale vocina sento io? Beh, mi sento un po’ a metà fra i due poli e penso che il mio stato d’animo sia il riflesso di alcune ‘vibrazioni’ particolari della mia vita attuale: vibrazioni di cambiamento, di evoluzione. Una transitorietà un po’ traumatica che mi sta segnando nel profondo, nel bene e nel male, e che stanca molto: a tratti dimentico i miei raggiungimenti, gli obiettivi raggiunti e mi concentro sulla mancanza di qualcosa...


Immagino uno scalatore provetto, allenato che affronta una montagna: si trova improvvisamente ad affrontare un tratto molto più duro del normale, particolarmente ripido e insidioso. L’esperienza è dalla sua parte, sa mettere un piede dietro l’altro e affrontare le asperità del terreno, ma la novità e l’imprevisto sono due elementi che gli alzano la tensione e la sua mente si stanca maggiormente. Il sentiero che continuerà a percorrere dopo questa dura prova, non sarà più lo stesso di prima, poiché la soddisfazione sarà direttamente proporzionale all’impegno, alla frustrazione provate nell’atto di affrontare questa improvvisa sfida.

(Formazione docenti)

Recentemente ho scritto un articolo (non posso anticipare niente, poiché non è stato ancora pubblicato) proprio sulla nostra innata capacità di cambiamento e adeguamento: noi possiamo modificarci, plasmandoci sugli eventi, modificandoci e plasmandoci per reagire ad essi. È un articolo motivazionale, più che altro, che tuttavia non tocca molto l’aspetto della difficoltà che accompagna questi momenti. Ebbene, diciamolo chiaro e tondo: cambiare è fo******ente difficile, specie quando il mondo circostante e la vita che abbiamo scelto ce lo richiede. A rendere ancora più difficile la situazione è la coscienza che i miracoli avvengono per lo più nei film: i colpi di fortuna, i cambi radicali a sfondo rivoluzionario penso siano per lo più degli azzardi da sperimentare in gioventù (è fondamentale sperimentare la responsabilità del rischio), ma con una certa esperienza non possono non essere osteggiati da una ragionevole valutazione critica.



Insomma, ogni cambiamento è fatto di passi singoli e coscienziosi, ognuno più importante di quello precedente, ognuno più vicino alla svolta, al cambio di rotta. Ogni passo è un piccolo squilibrio in avanti che ti porta a nuova stabilità. Nella nostra testa il cambiamento è qualcosa di difficile, poiché un’idea - per quanto possa essere ben strutturata - non è concreta, non la stringiamo nella mano: sicuramente Platone vorrebbe rincorrermi con un bastone in mano, dopo questa mia affermazione, ma non voglio certo sminuire il valore dei nostri pensieri - a ben vedere, sono ciò di cui ci nutriamo e che ci muovono: carburante e motore insieme. Dico solamente che la soddisfazione giunge a posteriori, quando viviamo il momento esatto della svolta, quando qualcosa non è più come prima, quando finalmente impugniamo il prodotto delle nostre azioni. Mai arrendersi, quindi.


La cura che noi esercitiamo verso questo Mondo è importante che abbia un ritorno che noi riteniamo tangibile, poiché se riesco a coltivare la mia serenità dunque potrò dedicarmi al Mondo.

(Semplicemente: stare bene!)

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